Berlino Est, fine degli anni 80, caduta del muro – un nuovo inizio. Dei ragazzi di quattordici anni ascoltano Radio DT64 – l’attuale Radio Fritz – ogni sabato notte. La musica che trasmette è incredibile. Suona come i macchinari costantemente attivi delle industrie dalle quali i loro genitori tornano a casa ogni sera, esausti; è il suono del grasso motore che rimane sulle mani, e non si toglie nemmeno a lavarlo. E’ la frenesia del metallo lavorato e dei grandi spazzi chiusi, di cemento. Questi ragazzi ascoltano la musica come se fosse un messia a parlare, un Cristo fatto di note sintetizzate. Non sanno spiegarsi quello che sta succedendo, possono solo intuire l’enorme potenza che scaturisce da quei dischi. Riescono tuttavia ad afferrare gli stimoli che le hanno generate. Colgono il terreno analogo, la stessa solitudine da zone vuote, sotterrate dalle fabbriche e da un governo per il quale si è assolutamente invisibili. È un luogo lontanissimo, la terra natia di quei suoni, eppure così simile, così vero e palpabile – o quantomeno, udibile. Gli Stati Uniti, L’Inghilterra, il Belgio non sono poi tanto lontani da Berlino, un vinile basta a colmare la distanza.

Venticinque anni dopo uno di quei ragazzi, Paul Kalkbrenner, si ritrova ad aver bisogno di una pausa dalle estenuanti ore di registrazione in studio, per il suo nuovo album.

Paul Kalkbrenner. Una pausa nella quale ha bisogno di ascoltare musica non sua, e di ritrovare qualcosa del quale sente la mancanza. Ha bisogno di colmare un vuoto sonoro. È la nostalgia che lo prende. Allora va e cerca. Cerca le sonorità della sua prima adolescenza per dare un nome e un cognome a quelle che fino ad allora erano state solo note nella sua memoria. Trova, una playlist dopo l’altra, un suggerimento dopo l’altro, quasi 5000 pezzi unici. Reperti di una storia della musica delle quale lui è figlio, e discepolo. I dischi coprono solo un breve periodo, dalla fine degli ottanta al ’93, ma sono immensi. Ognuno è una scintilla nella polveriera della creatività musicale. Ognuno è fonte di ispirazione. Ognuno crea e genera qualcosa. E Paul Kalkbrenner ce ne fa dono. Li distribuisce in una trilogia di mixtape così pregna di cultura Techno, che dovrebbe essere ascoltata da tutti prima di poter anche solo muovere un passo dentro un club. Ascoltate i sampler di voce, le ritmiche, le linee di basso e ritroverete tutte cose note, anche se non le avete mai sentite in questo modo. Tutto viene da qui, da quegli artisti – 808 State, Todd Terry, Aphex Twin – e da quelle etichette – The Source Experience, Brain Pilot, Trax, solo per citarne alcune. Cercate su YouTube, su Spotify, ovunque, quei nomi, fate ricerca, studiate, non fermatevi. C’è tutto un mondo che viene prima, un mondo che sorprende, che illumina e ci fa tornare con i piedi per terra. Un mondo che parlava la nostra lingua, vent’anni fa. C’è tutta una storia da conoscere, prima di potersi mettere a scrivere, a suonare, a comporre. Non siamo i primi clubber, e non saremo neppure gli ultimi. Prima di noi moltissimi hanno ballato, si sono scatenati, hanno fatto sesso ascoltando questa stessa musica, con gli stessi nostri movimenti. O meglio, siamo noi a usare le stesse loro cose – cerchiamo di meritarcele. Paul Kalkbrenner non ci abbandona alla fine di un suo set, non ci saluta quando smettiamo di ascoltare un suo EP. Rimane con noi anche di giorno, nelle nostre camere, con i suoi mixati. Rimane con noi a suggerirci cosa ascoltare. Lui parla per esperienza, fidiamoci.

Le parole si fermano, quando la musica comincia. Quindi non vorrei scrivere altro. Al momento sono uscite solo le prime due parti di “Back To The Future”. Sono scaricabarili gratuitamente, perché sono frutto dell’amore per la musica, che non necessita d’una ricompensa o d’un guadagno, e sono “nate dalla nostalgia e fatte per essere condivise.”

Grazie Paul, hai rimesso assieme i cocci di un futuro che non è mai stato così passato.

Con affetto, un clubber.

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