Abito in uno dei tanti residence per i dipendenti dei parchi a tema di Orlando (Florida), esco di casa alle sei e venti del mattino di sabato 27 maggio e mi dirigo verso l’abitazione di Elèna: la mia prima compagna di viaggio.  Busso alla porta ma mi apre una sua coinquilina scandinava, entro e la vedo ancora dormiente: siamo già in ritardo. La sveglio agitando le mani e gridando come Aldo Baglio quando gli altri due comici lo fanno irritare. Le si prepara in fretta e furia, siamo pronti e fortunatamente ha una macchina noleggiata il giorno prima che deve riportare in aeroporto: il viaggio per Detroit può cominciare. Non troviamo traffico per strada e neanche coda per il check in, ci avanza persino tempo per fare colazione. Non vediamo molta gente in mood ed assetto da festival salendo sull’aereo, mi capita un posto centrale mentre Elèna sta di fianco a me in un ben più confortevole posto corridoio. Il sedile vicino al finestrino alla mia sinistra rimane libero fino all’ultimo ma poi viene occupato da un ragazzo con occhiali da sole e capelli arruffati che attacca subito bottone parlandomi del Movement ma non gli do molta attenzione poichè ho intenzione di dormire per tutto il viaggio.

Una volta comiciato il volo mi alzo dal mio scomodissimo posto centrale e cerco qualcosa di meglio trovandolo, mi sveglio quando il comandante annuncia la discesa verso Detroit, torno vicino ad Elèna e all’altro ragazzo con il quale comincio a scambiare due parole. Si chiama Renzo: cerca di sostenere la scena techno ad Orlando, lo apprezzo molto perchè in un posto dove tutti i locali chiudono alle due di notte è una missione quasi impossibile aiutare il clubbing. Mi racconta che prima del 1996 non era così, la sua città era anche meglio di Miami sulla scena della musica underground ma lo scandalo portato dalla morte per overdose della figlia del governatore cambiò tutto. Vivendo negli States ho imparato che gli americani ogni tanto le sparano grosse ma nonostante non abbia trovato nulla sulla figlia del governatore posso confermare che negli anni novanta la nightlife di Orlando era decisamente diversa da quella dei giorni nostri. Durante l’atterraggio mi mostra foto sulla chiusura dello Space di Ibiza ma lo fermo e gli dico che quello è il mio campo avendo passato tre stagioni nella Isla Loca ed essendomi sparato ben tredici ore durante l’ultima festa del club che ha consacrato Carl Cox. Comincio a raccontargli storie sul clubbing europeo: Berlino, Amsterdam, Londra, Ibiza. Renzo rimane affascinato, mi chiede il contatto facebook e scopro di averlo già amico: la scena techno di Orlando è talmente piccola che bastano due serate per avere i contatti di tutti e qualcuno, non so bene per quale motivo, mi aveva dato il suo.

Atterriamo finalmente, io ed Elèna recuperiamo la valigia e ci dirigiamo verso la stazione dei bus. Ci aspetta un viaggio di un’ora e mezza per i ghetti di Detroit, la cosa è voluta non solo perchè è la via più economica per arrivare in centro città ma anche per vedere il degrado portato alla ribalta dal noto film “8mile”. Personaggi di tutti i tipi salgono e scendono dal bus (veterani di guerra, tossici, prostitute ecc) io rigorosamente con cappuccio e occhiali da sole cerco di scambiare sguardi d’intesa con Elèna. Arriviamo in stazione centrale (in paragone il disagio che c’è in quella di Milano è un parco giochi) cerchiamo un taxi che ci faccia passare il confine. Quale confine? Il confine tra Canada ed USA: gli hotel ed appartamenti di Detroit avevano prezzi esorbitanti a causa della grande richiesta per il festival e quindi prenotai una casa sull’altra sponda del fiume che ha lo stesso nome della città pensando fosse sempre parte degli Stati Uniti scoprendo solo dopo che il fiume non divideva Detroit in due ma era una linea di confine naturale tra due stati. Ci aspetta quindi l’ultima fatica prima di andare a posare le valigie, riposarci un’oretta prima di tornare a Detroit ed ascoltare buona musica. A causa dei prezzi esorbitanti dei taxi siamo costretti a prendere il bus che ci porta in Canada più precisamente  a Windsor grazie ad un tunnel sotterraneo. Una volta arrivati in dogana spieghiamo tutto agli agenti che ci rilasciano il visto. Per arrivare finalmente alla casa prenotata chiamiamo Uber, l’autista è un somalo Juventino che ha lavorato in un acciaieria del centro sud Italia per alcuni anni e comincia a dire:

<<Quest’anno viciamo tuto, triplete come Inter, Inter e Milan quest’ano schifo>>

gli rispondo:

<<Per favore, sto cercando di non pensarci dato che sono interista ma se devo venire fino in Canada per sentire ste cose allora vuol dire che è proprio il vostro anno>>.

Rimaniamo in un clima scherzoso per tutto il breve tragitto. Ci lascia in un quartiere residenziale di basse aspettative. Quello che abbiamo prenotato è il piano sotterraneo di una casa, in fin dei conti stiamo andando a sentire musica underground in una città underground quindi per rimanere coerenti è giusto avere una sistemazione underground. Ci rifocilliamo e torniamo dall’altra parte del fiume: Siamo pronti per Detroit, siamo pronti per il Movement.

Scendiamo dal bus e dopo aver passeggiato per cinque minuti troviamo l’entrata del festival: spacciatori, bagarini, barboni e personaggi improbabili che giocano a scacchi la fanno da padrone. Elèna è eccitatissima, non è mai stata ad un evento simile, non sta più nella pelle. Entriamo alle sette di sera e davanti a noi si aprono molti stage ognuno estremante diverso dall’altro, Hart Plaza sembra essere stata costruita apposta per questo evento, tutto calza a pennello, una piazza perfetta per ospitare un festival che celebra Detroit: la culla della Techno.

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