A diciannove anni Joey Beltram produce il disco techno più odiato da tutti i futuri produttori: Energy Flash.

Uso la parola “odiata” perché chiunque, da allora e per sempre, voglia creare qualcosa che sia anche solo minimamente ascoltabile deve, e dovrà, confrontarsi con questo masterpiece uscito dalla scena techno newyorkese a cavallo tra gli anni ottanta e novanta. Energy Flash – insieme a Mentasm – non è solo una traccia, è il rumore che diventa musica; è un’interferenza che diventa armonia (Energy Flash qui).

Partendo da un successo del genere e passando ad uscite per etichette quali R&S, Tresor e Warp, con LP come Aonox e Close Grind, e collaborazioni con Carl Cox e Umek Joey Beltram arriva a sfornare nel 2005 quello che io considero il suo capolavoro, un album che vale da testamento: Trax Classix. Prodotto in collaborazione con Armando, Trax Classix è formato da 16 tracce che non vogliono abbandonare la loro terra d’origine che ha sede negli anni novanta. Le sonorità, gli strumenti utilizzati, la 909 presente e vigile; tutto supplica di tornare indietro e ritrovare quell’anima Techno che, negli anni duemila, stava andando smarrendosi per lasciare spazio a un altro tipo di EDM. Trax Classix è tutto muscoli e nervi, denti che digrignano, ossa che tremano. Quando inizi ad ascoltarlo ti infili in un tunnel privo di compassione le cui pareti sono incrostate di musica abrasiva e spietata, nel quale luci strobo seguono il ritmo di urla provenienti da tutte le parti per farti stramazzare al suolo, sconvolto e madido di sudore, un’ora dopo.

Dance Generator e Time Warp – rispettivamente la prima e la sesta del disco – sono dischi da rave nella forma più pura. In entrambe veniamo accompagnati da una linea di basso che parte piena e corposa per spingersi poi a picchi acidi decisi, che diventano definitivamente i protagonisti in Mucho Acid – la seconda traccia. I charleston, sempre apertissimi, spezzettano più di una traccia e i clap accompagnano la cassa a più riprese per tutta la durata del disco. E poi c’è un punto, in Fuzz – l’undicesima – nel quale sembra di incassare un pugno dopo l’altro sulla pancia. Sono colpi indolore che penetrano in profondità facendoti vibrare le budella. Il resto delle tracce sono brevi, incisive, nate da un’unica idea, da un unico impulso elettrico. Troviamo una sequenza di synth, una cassa gigante, veloci passaggi di tom e rullanti. Basta. Null’altro. Perfettamente il linea con le idee che aveva di musica il ventenne Joey Beltram:

“Volevo produrre delle tracce, niente di più: una bassline ed un beat, ma in modo un po’ più crudo, un po’ più lunatico e che suonasse moderno.”

I sample vocali sono assenti nell’intero album, poiché non c’è più bisogno di una voce. Non c’è bisogno della presenza dell’uomo per dare vita ad una traccia. La sua sfera d’azione è limitata e racchiusa dietro le macchine. Produce e suona una musica non naturale, non umana. Una musica per computer. In Energy Flash, quindici anni prima, potevamo ancora sentire qualcuno ripetere in maniera ossessiva “Ecstasy… Ecstasy…”, ma ora il tempo è cambiato e gli ordini ci vengono impartiti da una linea monotona di sintetizzatore. (Video di Gravitate qui)

Ogni volta che viene pubblicato un album di questo tipo, i critici musicali proclamano sbraitando la fine della musica. Succedeva a inizio novecento con la comparsa del jazz, e succede più di un secolo dopo, con la scena House e Techno. Ma si sono sbagliati e si sbagliano ancora, perché il futuro di quest’arte, come di tutte le arti, è nella paura, nella gioia e nella forza di chi la fa. È nell’aria che respiriamo e nelle ansie che proviamo. Il futuro della musica è nel superare queste cose registrandole per sempre sotto forma di un disco. È nel sapersi ancora divertire. È nel sapersi ancora stupire. Joey Beltram è riuscito a racchiudere tutto un periodo, tutta una scena e una cultura, all’interno di Trax Classix, rendendo quello che per alcuni è una fine, un bellissimo inizio basato sui ricordi.

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