Nel cuore del centro storico di Catanzaro il 10 e 11 Agosto si è svolto il FRAC Festival, manifestazione giunta ormai alla quarta edizione e, insieme al Somewhere, da considerarsi una mosca bianca nel panorama musicale calabrese.

Le sonorità spaziano dalla drum’n’bass alla nu disco, ma in fin dei conti non so quanto sia utile citare tutti i generi ascoltati. Ogni esibizione aveva infatti il suo sound, la sua connotazione e il suo carattere distintivo senza però, e su questo dobbiamo fare i nostri più vivi complimenti agli organizzatori, rinunciare ad un filo comune che ha unito le due giornate di musica.

Un filo fino ma non fragile, che collega Catanzaro (che mi raccomando, non è Catanzaro Lido, ma nemmeno la stazione di Catanzaro, come potevano pensare dei turisti illusi come noi) con il suono del continente africano; un filo fragile perchè non poggia sulle “solite” basi della cassa in 4/4 ma sulle “solide” basi di una cassa sincopata mai scontata, che ci è piaciuto veramente tanto!

Nella prima delle due giornate il suono era più morbido e ci ha accompagnato nella scoperta del talento di artisti come Yombe, LNDFK ma soprattutto Populous. Quest’ultimo ha offerto agli spettatori un viaggio live, unendo la batteria tribale del continente nero con la grafica e le tradizioni del sud Italia. A chiudere la prima serata è stato il dj set di Floating Points, nome che è marchio di qualità, ed effettivamente nemmeno questa volta ha deluso le nostre aspettative.
Abbiamo chiuso quindi la prima giornata con 4 artisti di cui 3 live ed un solo dj set, felici d’aver ascoltato sonorità nuove e fluttuati che raramente sono rimate incastrate nelle rigide strutture della cassa ripetuta in maniera ossessiva.

Una volta in camera, riusciamo ancora a percepire il forte legame del festival con l’Africa, il caldo notturno, infatti, non poteva che appartenere al continente nero. Dopo qualche ora di sonno sudato ci ritroviamo a girare per Catanzaro città, giusto in tempo per scoprire le sinergie generate con Altrove, collettivo artistico autoctono che per le stesse giornate aveva organizzato una bellissima mostra al museo Marca di artisti e writer nazionali e non, ottima per riempire la mattinata di Sabato. Questo soprattutto quando l’alternativa sarebbe stata vagare per un centro città desertico in cui anche solo trovare le cartine per le sigarette è risultata un’ impresa impossibile (true story).

Carichi per la seconda giornata ritorniamo a Villa Margherita (che però tutti conoscono come villa Trieste) per goderci Teiuq, che subito ci fa capire che il filo che ha unito la prima serata sarà presente anche oggi. Il suo sound riprende l’ispirazione del meridione del mondo, cassa già bella solida ma assenza dei 4/4, gia si capisce però che il clima diventerà più “cattivo” con il passare delle ore. La conferma arriva dall’esibizione di CATNAPP, che con una carica fuori dal comune si presenta sul palco da sola e tira già un one-(wo)man-show con sonorità drum’n’bass in cui l’artista si occupa di voce, lanciare le scene su Ableton e gestire gli effetti (leggi anche 100 sfumature di delay) non risparmiandosi nemmeno un secondo.

Prossima artista sul palco: MYSS KETA ed è qua che mi perdo. Durante il live dell’artista milanese arrivo più a volte a chiedermi se non è tutto un po’ troppo trash o sono troppo perbenista io, facendomi salire dei sensi di colpa istantanei per essermi anche solo posto la domanda. Fatto sta che il dilemma mi ha accompagnato per tutto il live, e sono giunto ad una sola conclusione: se l’arte è la capacità di generare emozioni lei è una grande artista, se però la musica è la capacità di viaggiare guidati dalle note e dalle melodie, MYSS KETA invece non è una grande musicista. Scusate non sono riuscito a capirla più di cosi.

Per il bene della mia sanità mentale finisce l’esibizione e si passa subito a Mavi Phoenix, che è meno personaggio e ha anche un basso meno presente, quindi risulta un po’ sacrificata in quest’occasione, ma credo sarebbe successo lo stesso più o meno con chiunque.

Un suono che invece passa da Nu Disco e raggiunge nel finale l’italo-disco è quello proposto dai Nu Guinea, che si presentano con il loro classico set-up (2 giradischi e una tastiera). Ci mettiamo un attimo ad abituarci al ritorno della cara vecchia cassa che rassicura con il suo piano-roll “scontato”, ma dopo i primi momenti di sbandamenti si ritorna a ballare come non ci fosse un domani.

A chiudere la serata ci pensa Paquita Gordon, anche lei china sui giradischi, che esplora ambientazioni più acide e a tratti anche techno, giusto per dire che comunque il FRAC Festival è aperto a tutto, anche a ciò che risulta più duro.

Complessivamente ce ne siamo andati dal festival con una sensazione di freschezza e la voglia di tornarci il prossimo anno. Non ci dilunghiamo nemmeno sulla polemica riguardante il cambio di location last minute, di cui vi avevamo parlato qua, grazie allo sforzo dello staff, Villa Margherita, la nuova location, era perfetta e non abbiamo sentito nessuna mancanza, tutti ci hanno assicurato che doveva e poteva essere ancora meglio ma non avendo potuto vedere l’alternativa non possiamo lamentarci.

Al massimo solo una domanda ci accompagnerà in questi giorni d’Agosto, solo un quesito rimarrà con noi dopo questi 2 bellissimi giorni di musica: ma precisamente perchè la stazione di Catanzaro non sta a Catanzaro?

Diego Brancatelli

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