A fine serata, appena fuori dal locale, l’euforia era tanta. Non servivano parole per descrivere quella che posso definire una delle esperienze sonore più emozionanti della mia vita.

Piano City Milano è una rassegna di concerti che da sei anni anima il capoluogo meneghino, in cui il protagonista è lui: il pianoforte. Case, cortili, parchi, musei, scuole, biblioteche aprono le porte agli appassionati per fare scoprire uno strumento senza tempo.

Leggo velocemente la lista degli artisti che si esibiranno nel weekend ma ne riconosco, ahimè, pochi: Chilly Gonzales, Michael Nyman e pochi altri. Ma qualcosa che soddisfa i miei gusti ci sarebbe. Scopro che quella sera Santeria Social Club ospita Francesco Tristano, un virtuoso del pianoforte capace di mischiare ritmiche prettamente elettroniche a sonorità più classiche. Non è un caso se collabora ormai da tempo a stretto contatto con gente del calibro di Derrick May e Carl Craig. Ma non sarà lui la rivelazione della serata.
Chiamo qualche amico e decidiamo di trovarci per le 00:30 davanti al locale. La fila è lunga ma viene smaltita in fretta. Dentro trovo persone di tutti i tipi: dalla coetanea appassionata di elettronica, al cinquantenne, padre di famiglia, più avvezzo al jazz. Curiosa la presenza di una signora sulla settantina tra le prime file.

Sta per iniziare l’esibizione dei Grandbrothers. Penso al solito set di apertura ma non so ancora che saranno loro la sorpresa della serata. Timidamente si presentano al pubblico in inglese con forte cadenza tedesca. I due ragazzi sembrano quasi imbarazzati di fronte al calore del pubblico italiano.”It’s our first time here in Milan” -dicono e si accomodano dietro i loro strumenti. Un pianoforte a coda occupa buona parte del palco. Al suo fianco tutta la strumentazione elettronica. Suoni di cassa morbidi, hat chiusi, qualche accenno di clap e soprattutto il suono del piano, strumento principale di tutta la kermesse, riescono a trasformare un semplice live di apertura in qualcosa di unico. Quelle tracce, di cui non conosco in quel momento il nome, già so che diventeranno la colonna sonora delle mie settimane successive. Pura magia. Quelle melodie rimangono in testa per giorni. Se vi dovessi consigliare una traccia su tutte vi dico “Naive Rider”, ascoltatela, mi ringrazierete.

Il pubblico è già caldo quando alle 02:00 arriva lui, Francesco Tristano. Il ragazzo non ha bisogno di presentazioni. Basta ricordare le collaborazioni con artisti del calibro di Derrick May e Carl Craig per fare capire lo spessore e il talento del compositore lussemburghese.
Tristano è uno di quei prodigi che riesce a collegare due mondi, il barocco di Johann Sebastian Bach e l’elettronica dei maestri di Detroit, che a prima vista possono sembrare molto distanti. Come ha riportato in numerose interviste, Francesco ha sempre trovato nella musica di Bach un punto di riferimento da cui partire ed è proprio grazie al compositore barocco che Tristano si è avvicinato al mondo della musica.
Il live di Milano si apre con colpi di cassa pesanti e una scarica di basse frequenze che vibrano nel petto, segno di cesura netta con lo show precedente dei Grandbrothers. L’inizio è tutto un crescendo: si parte con le drum per poi arrivare al suono del piano.
“Questa è una sua traccia!” – urla un ragazzo sulla trentina dietro di me. Eh già, come non riconoscere un capolavoro come “The Melody”, pezzo dalla melodia, appunto, inconfondibile. Il live di Francesco Tristano continua e ogni brano è accolto con un boato dal pubblico. Francesco sa fare bene il suo lavoro e non ha paura di osare, inserendo anche composizioni che strizzano più l’occhio alla Classica piuttosto che all’Elettronica, riuscendo a non farle sentire fuori luogo. La performance di Milano si chiude con Strings of Life. Serve aggiungere altro? Una di quelle serate che difficilmente scorderemo.

COMMENTA!